Emozioni sottili ma violente e penetranti, immagini ipnotiche e disturbanti dipinte da un b/n spettacolare, questa volta Haneke mette da parte la sua pretenziosità, riuscendo a raggiungere un equilibrio tra il rigore formale e la struttura narrativa, donando naturalezza e delicatezza all'intersecarsi degli eventi. Incredibile la padronanza del ritmo, che nella sua lentezza, nel suo silenzio inquieta e rabbrividisce, senza raggiungere mai una vera meta, senza deflagrare, perché il seme del male è ormai sparso e legittimato silenziosamente e inconsapevolmente da quella stessa gente che ne allibisce ogni sua farneticazione attraverso la manifestazione della passione e quindi dell'individualità. Un film che non solo mette in serio dubbio e perplessità il destino dell'umanità, che pare così inesorabilmente artificiale nel rispetto di quei principi morali che lo stesso uomo, in vano, cerca di imporre per impedire che il male si insinui nei propri figli, ma che soprattutto evidenzia quanto la sopraffazione di determinate classi sociali su altre influenzi fortemente il naturale sviluppo dell'uomo che prima o poi è costretto ad agire, ma non per riacquistare l'armonia della comunità primitiva all'interno di uno spazio ma solo per costruire un'altra sopraffazione. (questo è ciò che mi ha suggerito quella bellissima sequenza simbolica in cui i bambini rubano lo zufolo).
Guardando Il nastro bianco si ha la sensazione che alla base degli eventi si cela un carattere conseguenziale che affonda le sue radici nella sua stessa storia, religione, tradizione, cultura. E questa ricerca che diventa alla fine esistenziale, non è forse la prova che Dio non esiste? Non è un caso che la scena finale del film si chiude all'interno di una Chiesa, la più grande e piacevole menzogna che l'umanità ha bisogno di sostenere per sfuggire alla sua natura.
E' un film così affascinate, complesso e ricco di sfumature e di slanci, di cui si potrebbe parlare infinitamente. Le certezze sono due: la prima è che è talmente duro da raccogliere nei neuroni che ti annienta la felicità, la seconda è che Haneke firma il suo capolavoro. Aggiungo la terza, che il bambino del poster interpreta una scena impressionante dimostrando una bravura impressionante.
« Ho sempre preferito la riflessione della vita alla vita stessa. »
